mercoledì 17 febbraio 2010

Ex Drummer


Belgio 2007, Colore 104 min

Regia: Koen Mortier

Con Dries Van Hegen, Norman Baert

L’affermato scrittore Dries decide di accettare la proposta di tre individui di suonare nella loro band come batterista, sperando di trovare ispirazione per il suo nuovo romanzo.

I suoi compagni della band sono tre perdenti uno peggio dell’altro: c’è Koen, un sociopatico misogino e costantemente arrapato con il vizio di pestare le donne; Jan , un omosessuale afflitto da una paralisi psicosomatica del braccio e succube di una madre possessiva, e Ivan, tossicodipendente sordo con moglie e figlia a carico.

La band, i The Feminsts, dovrà esibirsi solo una volta, suonando Mongoloid dei Devo .

Dries si immerge nel mondo di questi tre casi umani finendo per sconvolgere i fragili equilibri su cui si regge.

Nella mia personale tassonomia cinematografica c’è una ristretta categoria chiamata Incidenti di Percorso. I film che ci finiscono dentro sono accomunati sia da caratteristiche a loro intrinseche sia dalle circostanze in cui sono stati visti. Film visti per caso, a orari improponibili durante notti insonni o pescati dagli scaffali del videonoleggio, roba che altrimenti non mi sarebbe mai passato per la testa di visionare e che, complice anche non sapere cosa mi attendeva , mi hanno colpito duro. Ex Drummer rappresenta bene questa categoria e colpisce maledettamente duro.

Tratto da un romanzo di Herman Brusselmans e opera prima dell’esordiente Koen Mortier, Ex Drummer è difficile ma allo stesso tempo coinvolgente, provocatorio ma non superficiale, imperfetto ma efficace. Un film problematico che mette alla prova lo spettatore sotto molti aspetti. Sicuramente non per tutti i palati. I temi e le situazioni sono forti e spesso scabrosi; davanti agli occhi del protagonista sfila una ricca parata di manifestazioni della bassezza umana,dalla violenza fisica a quella psicologica passando per le più disparate perversioni . Tutto affogato in un clima di generale cinismo e insensibilità di tutte le parti in gioco.

La discesa negli inferi in cui accompagniamo lo scrittore Dries è una delle storie più disturbanti che mi è capitato di vedere negli ultimi anni, e non tanto per la grande quantità di violenza e di eccessi messi in scena (talvolta gratuitamente), ma perché da questa discesa non si può risalire, non c’è speranza .Non c’è alcun riscatto esistenziale per questi perdenti, neppure come spiriti liberi o ribelli decadenti. Neanche per Dries che rimane in qualche modo contaminato dal loro inferno personale. E forse neanche per noi spettatori, che una volta giunti ai titoli di coda ci ritroviamo con una sensazione di desolante vuoto.

Mortier mette in scena tutto ciò con una regia esuberante, ricercata fino al virtuosismo, alternando i registri più disparati, dalla regia semi-documentaristica ai toni onirici,una pluralità di stili che però non sempre si amalgamano a dovere. Decisamente avulse dal tono generale del film sono alcune divagazioni surreali che sembrano finalizzate più ad una ricerca dell’effetto weird a tutti i costi che da reali esigenze narrative (una su tutte la sequenza in “interni femminili”). Lo stesso si può dire di molte scene violente e di sesso, che risultano superflue per la riuscita generale della pellicola. Il lavoro maggiore nel rendere vivido questo malsano mondo lo fa un cast che sembra nato per interpretare la fauna di derelitti che affolla il film, perfetto nei volti, nei corpi e nelle movenze. Memorabile Norman Baert che da corpo ad uno schizzato da manuale, con una recitazione tesissima e sempre sul punto di esplodere nella violenza più insensata raggiungendo il culmine nella sequenza del concerto. Azzeccate anche le location,tanto squallide da riflettere appieno la desolazione interiore dei personaggi.

Un ultimo tocco di classe lo da la colonna sonora, composta interamente di pezzi hardcore e noise, in cui figurano, tra gli altri, i Lightning Bolt che aprono le danze nei titoli di testa.

Ex Drummer è simile alle canzoni punk della sua colonna sonora: rozzo, confusionario, colmo di difetti, a tratti provocatorio fino al ridicolo, a tratti addirittura pretenzioso, ma anche tremendamente efficace, capace di penetrare sotto la pelle anche dello spettatore più navigato. Una bella e disturbante passeggiata negli abissi del nichilismo puro. Senz’altro un film da maneggiare con cura.

Trailer

mercoledì 10 febbraio 2010

District 9

USA/Nuova Zelanda 2009 ,colore , 112 min.
Regia: Neill Blomkamp
Con: Sharlto Copley

Nel 1982 un enorme astronave aliena appare nel cielo di Johannesburg. Al suo interno trasporta centinaia di migliaia di esseri extraterrestri impossibilitati a fare ritorno sul loro pianeta natale. Al pari degli altri profughi e rifugiati, gli alieni, ribattezzati “gamberoni”, vengono sistemati in un grande ghetto denominato Distretto 9.

Gli anni passano, i problemi di convivenza con gli “immigrati” crescono e l’opinione pubblica fa pressioni sul governo affinché trovi loro una nuova sistemazione .Si decide quindi di trasferire le creature in un nuovo campo distante dai centri abitati. L’operazione di sfratto viene affidata ad una compagnia privata, che invia sul posto un plotone di mercenari supervisionati da Wikus Van De Merwe, pupillo del presidente della multinazionale.

Durante lo sgombero Wikus viene accidentalmente contaminato da un liquido alieno che provoca nel suo corpo orrende mutazioni, che sembrano in grado di interfacciarlo con le tecnologie belliche aliene, da sempre precluse agli umani. Questo lo rende una preda appetita dalla multinazionale per cui lavora e per le bande criminali delle baraccopoli. Braccato, decide di cercare aiuto nel Distretto 9…

Decisamente una bella sorpresa questo District 9. Nato dalle ceneri del progetto di una pellicola ispirata alla serie di sparatutto Halo, riprende ed espande tematiche e stile del cortometraggio Alive in Joburg (2005) che aveva portato Neill Blomkamp all’attenzione di Peter Jackson, qui in veste di produttore.

Le premesse della trama possono far tornare alla mente Alien Nation (1988), ma il film di Blomkamp ha sviluppi ben diversi. Innanzitutto salta subito all’occhio la forma della narrazione che alterna sequenze drammatiche “tradizionali” a sezioni documentaristiche con interviste , immagini di repertorio e servizi di TG . Questa soluzione permette al regista di liberarsi dalle costrizioni che una narrazione convenzionale avrebbe imposto e offrire una spaccato ampio e dettagliato del contesto socio-politico in cui la storia si svolge, indagando le reazioni e i mutamenti che l’irruzione dell’elemento extraterrestre ha provocato nel microcosmo degli slums di Johannesburg . Una soluzione che caratterizza buona parte della prima metà del film,quella che sicuramente rimane più impressa. Il mondo del Distretto 9 racchiude bizzarrie che non ti aspetteresti di trovare in un blockbuster: extraterrestri insettoidi ossessionati dal cibo per gatti che per procurarsi la prelibata pietanza vendono armi aliene a gangster nigeriani, e questi ultimi che impiegano gli organi dei gamberoni in deliranti riti magici.

La seconda parte, maggiormente narrativa e improntata all’azione forse risulta meno originale ma non per questo meno godibile, memorabile rimane sicuramente la guerriglia urbana che nel finale infiamma la baraccopoli aliena con tanto di robottone armato di gravity-gun. Purtroppo non sempre Blomkamp riesce a mantenere il ritmo costante soprattutto a causa di una narrazione a tratti troppo ellittica. Un altro aspetto che avrebbe meritato maggior approfondimento è la caratterizzazione dei personaggi umani, tutti piatti e incolori o comunque incasellati in precisi archetipi (il mercenario sadico e militarista, il magnate avido e senza scrupoli ecc… ). Lo stesso non si può dire dei gamberoni ,strani e incomprensibili, sia dal punto di vista biologico che intellettuale , ed è proprio questa distanza dai terrestri a catalizzare la tensione tra le due razze. In scena sono resi discretamente dalla computer-grafica della Weta , anche se l’uso di animatronix non avrebbe guastato.

Nell’ottica di un film di intrattenimento, salvo alcune pecche District 9 funziona alla grande,ma vista la locazione della vicenda ,il Sud Africa, si presta a interessanti parallelismi su cui sarebbe stato meglio soffermarsi in misura maggiore, sicuramente la pellicola ne avrebbe guadagnato.

In chiusura, non posso fare a meno di notare alcune analogie con Avatar di James Cameron. In entrambe le pellicole il protagonista umano passa dalla parte dell’alieno non solo per motivi morali e etici, ma anche a seguito di un mutamento fisiologico. Un altro punto in comune è l’istintiva identificazione degli alieni con quelli che nella nostra società sono comunemente visti come i deboli e gli oppressi: in District 9 ci troviamo di fronte ad una palese metafora dell’immigrazione e dell’ apartheid, mentre nel film di Cameron si possono riconoscere nei Na’Vi tutti i popoli vittima dei colonialismi vecchi e nuovi. Ma se in Avatar gli abitanti di Pandora incarnano li prototipo del “buon selvaggio”, quasi una proiezione di un umanità ancora innocente e incontaminata dal progresso , i gamberoni ispirano se non diffidenza addirittura disgusto a causa dei costumi tanto diversi dai nostri. Un ultima analogia: entrambi i film si concludono con una relativa vittoria dell’alieno sull’umano,sia a livello macroscopico che individuale (le mutazioni permanenti dei protagonisti), una vittoria a cui però non segue alcuna conciliazione tra le due specie. Insomma sono lontani i tempi di E.T. e Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo e sembra di essere più dalle parti di certa fantascienza anni 50. Lascio a chi è più competente di me il compito di decrittare cosa indichi questo mutamento della figura dell'alieno nell’immaginario collettivo. Il pippone mentale è terminato , andate in pace.

sabato 9 gennaio 2010

Dall'Archivio: Stati di Allucinazione

Piccola premessa:Una volta terminata la stesura dell'articolo mi sono accorto di non aver scritto una recensione, almeno non nel senso più comune del termine. Ho dedicato davvero poco spazio alla valutazione estetica del film in sè, privilegiando maggiormente l'analisi e le varie pippe intellettual-cinefile annesse.

Da qui la decisione di creare una nuova rubrica per contenere questa e altre pseudo-recensioni dal nome Dall'archivio, che si occuperà di film più attempati, approssimativamente quelli con almeno 10-15 anni sulle spalle.Più che recensioni sono pensieri su piccole perle poco conosciute con annessi link di approfondimento etc...

Come il resto del blog la rubrica ha uscite irregolari, dipende da cosa mi capita sottomano.


USA 1980, colore, 102 min

Regia : Ken Russel

Con: William Hurt

Anni 70 : Il Dottor Eddie Jessup si occupa di studi sulla schizofrenia, ma la sua vera preoccupazione è un'altra: sondare i più nascosti recessi della coscienza umana alla ricerca della Verità sul’esistenza dell’uomo, un ossessione che lo perseguita da quando durante l’adolescenza perse la fede vedendosi morire il padre davanti agli occhi .Per questo il dottor Jessup si sottopone a lunghi periodi di isolamento all’interno di una vasca di deprivazione sensoriale. Ma tutto ciò non basta.

L’occasione per portare la sua ricerca ad un livello superiore la trova in Messico, dove partecipa ad un rito sciamanico in cui assume una potente e sconosciuta droga che gli procura un esperienza mistica mai sperimentata prima.

Jessup porta la droga con sé negli USA per proseguire gli studi, nonostante l’opposizione dei colleghi e della moglie. Ma i continui trip procurati dalla sostanza, in combinazione con l’isolamento nella vasca sembrano avere inquietanti effetti collaterali.

Non aprite quella porta (della percezione)

Una delle leggi fondamentali che regolano l’universo dei film dell’orrore è che la curiosità uccide il gatto. I film dell’orrore ci insegnano che non è salutare, anzi, è decisamente sconsigliato ficcare il naso nella cantina della baita sperduta nei boschi o guardare troppo da vicino l’uovo rinvenuto all’interno dell’antica astronave aliena. La curiosità , la ricerca del sapere è un motore formidabile per portare avanti la narrazione e fornire motivazioni plausibili ai personaggi .Personaggi che in genere fanno una brutta fine.

E se è pericoloso avventurarsi in luoghi lugubri figuriamoci quanto lo sia scandagliare l’inconscio dell’essere umano: questa è la premessa da cui parte Ken Russell in Stati di Allucinazione. Il plot riprende l’omonimo romanzo di Paddy Chayefsky che si ispirava agli studi condotti da John Lilly sugli stati alterati di coscienza intrecciandoli con l’inconscio collettivo di Jung e la vecchia teoria della ricapitolazione di Ernst Heckel.

Scegliendo di affrontare queste tematiche è facile cedere alla tentazione di dirottare il tutto in uno sconclusionato trip visivo , nascondendo dietro il paravento dello strano per essere strano la totale mancanza di idee. Ma per fortuna Russell di idee ne ha,e ha ben chiaro ciò di cui vuole parlare. La pellicola è ben lungi dall’essere un amorfo polpettone psichedelico , anzi, mantiene una struttura narrativa lineare ma che non impedisce a Russell di bombardare lo spettatore con suoni e immagini tanto bizzarre quanto affascinanti: allegorie religiose, crocifissioni di esseri demoniaci , una rilettura pop del Peccato Originale e grandi cataclismi che fanno da teatro alle origini della vita sulla terra. E questo è solo il comparto allucinatorio. Già, perché ad alterarsi non è solo la coscienza ma anche la carne stessa .

Nonostante il film abbia quasi trent’anni rimane ancora disturbante ed è interessante notare come abbia anticipato molte tematiche del successivo cinema fantastico . La già citate mutazioni richiamano quelle contemporanee di Cronenberg, la ricerca della verità, di una dimensione trascendentale tramite l’abuso dei sensi si può ritrovare anche nel recente Martyrs (2008). Se proprio vogliamo essere puntigliosi, il film di Russell presenta con largo anticipo anche temi e soluzioni visive di manga e anime. La scena della trasformazione finale di William Hurt nella vasca di deprivazione sensoriale, con tanto di metallo che si piega sotto la pressione della sua forza psichica, ha molte analogie con diverse sequenze di Akira (1988) così come il tema della memoria genetica. Tema presente, assieme a quello della regressione fisica verso stadi primitivi, anche nel manga Fortified School (1995) di Takeshi Narumi.

Come detto in precedenza, Russell non si limita a mettere in scena un immaginifico tour de force visivo, ma attraverso esso racconta della ricerca della conoscenza e dell’ambivalente rapporto dell’uomo con essa. Il Dottor Jessup si incammina nel suo percorso di gnosi per trovare un senso alle sofferenze dell’esistenza, soprattutto dopo che la religione si è dimostrata insufficiente, e per farlo si affida alla scienza, in questo caso all’alterazione dei processi chimici del cervello. Jessup vuole squarciare il Velo di Maya, vuole uscire dalle tenebre della caverna per andare incontro alla luce della conoscenza , una tensione che nel film è rappresentata dall’immagine ricorrente dell’entrata della grotta degli sciamani. Ma una volta attraversata , quest’entrata si rivela uno squarcio che da su un realtà incomprensibile, priva di senso, sul nulla, come lo stesso Jessup racconta nel monologo finale. Una prospettiva che ricorda da vicino quella dell’orrore cosmico lovecraftiano e che ritornerà qualche anno dopo ne Il Signore del Male (1987) di John Carpenter , film che per’altro ha più di un punto in comune con Stati di Allucinazione. La conoscenza talvolta ha un prezzo, è questo è l’infelicità,e alla luce di ciò è palese come la scena in cui Jessup rivive il Peccato Originale riassuma tutto il sottotesto del film.

Un film curioso e affascinante questo di Russell che merita senz’altro di essere riscoperto.

Forse non tutti sanno che...

  • Il film è stato nominato all'Acadamy Awards del 1981 nelle categorie Miglior Suono e Miglior Colonna Sonora Originale, senza però vincerne alcuna. I premi se li sono aggiudicati rispettivamente L'Impero colpisce ancora e Saranno Famosi.
  • Nel film compare Drew Barrymore (che all'epoca aveva cinque anni) nel ruolo di una delle figlie di Jessup.
  • Molti degli attori sperimentarono una vera vasca di deprivazione sensoriale, tra questi William Hurt che ebbe addirittura allucinazioni. Ken Russel dal canto suo, assunse funghi allucinogeni che però gli procurarono un brutto viaggio.
  • Fu uno dei pochi film ad avvalersi del sistema Megasound, un sistema di altoparlanti presente nei cinema della Warner Bros che riproduceva in modo particolarmente vivido i suoni di scena.
Per Approfondire

martedì 29 dicembre 2009

Control


UK/USA/Giappone/Australia 2007,bianco e nero, 122 min
Regia:Anton Corbijn
Con:Sam Riley, Samantha Morton


Una volta arrivati ai titoli di coda ci si rende conto che è dura dare un giudizio univoco e deciso su Control.Ci sono tante buone ragioni per apprezzare questo film almeno quante ve ne sono per fare il contrario.

Anton Corbijn ha deciso di avventurarsi nell’impervio territorio del biopic musicale, una landa in cui il pericolo di sfornare terribili pellicole agiografiche è sempre in agguato. Ma Corbijn non è l’ultimo dei bischeri, ha alle spalle una brillante carriera come fotografo musicale che affonda le radici nella scena new wave britannica di fine anni 70,e un nutrito curriculum come regista di videoclip. Quindi abbiamo un regista che è stato testimone,ha respirato e vissuto ciò che vuole raccontare (e come se non bastasse ha diretto pure il video di Atmosphere).

Per raccontare la storia dei Joy Division e in particolare la vicenda umana del vocalist Ian Curtis, Corbijn parte dalle memorie della moglie Deborah (il libro Touching from a Distance ) ma attinge al contempo dall’epistolario e dall’opera di Curtis stesso. Dalla cura con cui il regista ricostruisce le vicende principali (pur romanzandole a tratti per snellire l’intreccio) fino ai più minuti particolari traspare l’ammirazione che nutre per il gruppo di Manchester e la comprensione profonda della loro opera. Tante le chicche che costellano il film, dai libri di Ballard nella cameretta del giovane Ian fino alla ricostruzione filologicamente perfetta della performance di Transmission a Granada Tv.Abbiamo di fronte un'opera fatta da un fan per i fan, ma in cui alla cura maniacale fa da contraltare una sobrietà impeccabile nella messa in scena e nel racconto.

Corbijn vuole raccontare l’uomo oltre la leggenda e per questo riduce al minimo sindacabile l’uso drammatico della musica, un elemento che in un film del genere ci si aspetterebbe usato massicciamente.Le canzoni originali si sentono solo in due scene topiche, di grande effetto tra l’altro.Il ritratto di Ian Curtis, che è il vero centro attorno a cui ruota il film, è un ritratto in chiaroscuro, tracciato senza cedere né alla voglia di facili santificazioni né alla tentazione di sbirciare come guardoni negli aspetti torbidi della vita del cantante. Vengono raccontati (un po’ superficialmente) tutti i turbamenti che hanno segnato la sua vita e di conseguenza la sua opera: il senso di essere intrappolato in un matrimonio contratto troppo presto, che tentava di sanare con relazioni extraconiugali,la malattia e il perverso vouyerismo che il pubblico nutriva verso essa,il confine sempre più sfumato tra il Curtis della vita quotidiana e il personaggio che interpretava sul palco.

La sostanza e il modo in cui è trattata trasudano grandi potenzialità,e allora cosa c’è che non va in Control? Andiamo dritti al nocciolo della questione: Control non coinvolge,non emoziona, non si riesce ad empatizzare con le vicende dei personaggi. Mi duole dirlo, si rimane piuttosto indifferenti e a tratti ci si annoia pure. Non si avvertono l’inquietudine e l’angoscia esistenziale che permeano i dischi dei Joy Division e la ragione principale è da imputare ad una regia fin troppo distaccata, troppo presa a costruire immagini belle ed eleganti ma incapace di inserirle in una narrazione che catturi davvero, finendo per vanificare anche la buona prestazione di tutto il cast. L’unico guizzo è la scelta del bianco e nero,scelta che alla fine era abbastanza prevedibile. Queste scelte stilistiche sono da proprie più della regia del videoclip, ambito da cui guarda caso proviene Corbijn, che ci insegna l’esperienza, mal si conciliano con il mezzo cinematografico.

Il giudizio che mi tocca esprimere su questo film è ambivalente,da un lato devo riconoscere al regista una grande abilità tecnica e soprattutto una conoscenza del tema trattato quasi maniacale. Dall’altro devo prendere atto che Control contravviene a quello che il sottoscritto pensa sia il fine principale del cinema e di ogni altra espressione artistica, ovvero emozionare. Un bell’esercizio di stile che purtroppo rimane fine a se stesso.

Un ultima nota prima di chiudere:i brani ricantati NON si possono sentire,le performance canore di Sam Riley fanno sembrare anche la più scalcinata delle cover band di provincia il futuro della musica underground.

lunedì 28 dicembre 2009

Bilancio dell'anno cinematografico 2009


Il 2009 è agli sgoccioli e come consuetudine è tempo di bilanci, di fare il punto della situazione e bla bla bla. Oggi stilo un breve e sintetico bilancio delle visioni in sala di quest’anno, un anno che ha portato grossi cambiamenti nel mio rapporto con il cinema, ed in particolare nelle modalità attraverso cui lo fruisco. Quest’anno ho riscoperto la visione in sala e come questa sia un occasione unica e irripetibile. “Vedere un film in sala al cinema non è come vederlo a casa”, tempo addietro etichettavo queste e altre frasi come sintomi di nostalgia verso un epoca che era stata sepolta dall’avvento dell’home video. Beh, mi sono dovuto ricredere, il grande schermo, la sala buia, hanno una magia che per quanto ci si sforzi la visione casalinga non eguaglierà mai.

Un'altra grande novità sono stati i festival,che danno l’opportunità di vedere su grande schermo ,in qualità ottima e a prezzi spesso inferiori a quelli delle proiezioni “normali” ,film che nella migliore delle ipotesi vedresti sullo schermo di un pc , ipercompressi e con sottotitoli amatoriali. Quest’anno ho fatto puntatine al Future Film Festival di Bologna e al Far East Film Festival di Udine, spero di poter ripetere queste esperienze e magari riuscire pure a farmi la Mostra del Cinema di Venezia.

Comunque, dicevamo i bilanci:di seguito una lista dei migliori film che ho avuto modo di vedere in sala, elencati in ordine casuale e con un brevissimo commento. Mi manca qualche titolo importante (Moon, District 9, Thirst) che spero di recuperare al più presto.

The Wrestler
: Un Leone d’Oro meritatissimo. Un film tanto essenziale quanto intenso, una storia su una lotta persa in partenza per riparare agli errori della propria vita e cercare redenzione. Rourke interpreta con una passione e una partecipazione straordinaria il suo Randy “The Ram” Robinson, un anti-eroe tragico che si aggira tra le macerie del sogno americano e Aronofsky filma tutto con la dovuta sobrietà e semplicità. Cinema rozzo , sincero e viscerale che colpisce (duro) al cuore.

Love Exposure: Quando anni fa vidi per la prima volta Suicide Circle (2002) fui sicuro che Sion Sono prometteva grandi soddisfazioni. Promessa che ha mantenuto ampiamente con i suoi film successivi. Ma con questo Love Exposure raggiunge il punto più alto della sua opera .In una allucinante cavalcata di quattro ore attraverso il Giappone contemporaneo visto attraverso gli occhi dell’eccentrico regista si attraversa tutto lo spettro delle emozioni:si ride a crepapelle,ci si disgusta e si piange. Ma Love Exposure è soprattutto una bellissima storia d’amore che ha sciolto pure un blocco di granito come me.

Martyrs: L’horror occidentale del decennio che stiamo lasciando è stato, salvo meritevoli eccezioni, sospeso tra stanchi remake, sterili giochini citazionistici e violenza gratuita venduta un tanto al chilo. Martyrs riporta l’horror ad un livello più alto, ed è senz’altro un buon auspicio per il decennio a venire. Laugier disorienta lo spettatore con continui cambi di direzione e registro senza essere sconclusionato. E l’estrema violenza che mette in scena è tutt’altro che mostrata in modo compiaciuto, ma è funzionale all’intreccio e al sottotesto.

Basta che Funzioni
: E pensare che ero andato a vederlo controvoglia .Commedia pungente,esilarante e intelligente, un Allen vecchia maniera che snocciola insegnamenti di vita e sentenze argute a profusione.

Ponyo sulla Scogliera: Chiedo venia, è stato questo il mio primo Miyazaki .E mi è piaciuto un botto nonostante sia indirizzato ad un pubblico di bambini,ma questo non significa che non si possa goderselo anche se si ha qualche anno in più sulle spalle, poiché in questo cartone c’è del puro sense of wonder .

That’s all folks, speriamo che l’anno nuovo ci porti altrettanti bei film.

giovedì 10 dicembre 2009

Lovecraft


Testi di Hans Rodionoff e Keith Giffen
Disegni di Enrique Breccia
Editore: Magic Press
ISBN
887759022X

Howard Phillips Lovecraft è uno strano bambino, incline ai voli con la fantasia e all'entusiasmo per il tenebroso e l'inconoscibile. Ma sul piccolo Howard grava un dono spaventoso, quelle stesse visioni che hanno fatto impazzire suo padre, ed è con riluttanza che si ritrova a dover custodire il Necronomicon, un libro maledetto che dà accesso a un'altra dimensione. Dalla sua eccentrica infanzia fino ai giorni della maturità, quando raggiunge il successo come maestro dei racconti del brivido H.P. Lovecraft resta a cavallo di quella linea sottile che separa la realtà dall'orrore dell'immaginazione, nell'eterna speranza di tenere a bada antichi dei e incubi senza forma. Una speranza che si sta ormai spegnendo.

Chiunque bazzichi nella letteratura e nel cinema fantastico è consapevole dell'impatto che hanno avuto le opere di Howard Phillips Lovecraft sull'immaginario moderno.Neanche il fumetto poteva restare incontaminato dall'influenza del Solitario di Providence,infatti i riferimenti all'interno della Nona Arte non si contano.Dalle citazioni di nomi e luoghi, come il celebberrimo Arkham Asylum dell'universo DC, fino alle tematiche fortemente debitrici del lavoro di Lovecraft di Hellboy .

Questo dovrebbe rendere il peso dell'icona del fantastico che Hans Rodionoff vuole omaggiare in questo lavoro.Un compito mica da niente insomma.

Ma Rodionoff affronta l'impresa in modo intelligente e originale,reimmagina la vicenda biografica di Lovecraft intrecciandola con i suoi racconti e l'universo da lui creato, generando una bizzarra commistione di realtà e fiction, in cui Lovecraft stesso diviene l'epicentro del'orrore cosmico di cui scrive.

Chi conosce anche a grandi linee la vita di Lovecraft resterà meravigliato dalla meticolosità del lavoro di ricerca svolto da Rodionoff, che dev'essere un fan-boy sfegatato visto la densità di citazioni e rimandi di cui dissemina l'opera.Ma questo sentito omaggio non si ferma ad una superficiale e pedissequa riproposizione di nomi e situazioni (ovvero ciò che dieci anni a questa parte si intende per omaggio) ma si spinge ancora più in profondità,attingendo direttamente alla fonte dell'angoscia che emanano le opere di Lovecraft: la sua visione della vita,dell'universo.

Un universo che nasconde più di quel che mostra, una realtà razionale che cade a pezzi e dalle cui crepe possiamo osservare scorci di orrore cosmico. E come se non bastasse, il povero Lovecraft è l'unico a rendersi conto di tale situazione, l'ultimo baluardo tra noi e Loro , una Cassandra inascoltata costretta a mettere per iscritto le sue ossessioni in racconti pubblicati su riviste da due soldi.

Il Lovecraft di Rodionoff è condannato dal dono di squarciare il velo di Maya, lo stesso dono che lo porterà a essere ricordato come grande scrittore, paradosso che l'autore risolve in maniera arguta, portando ad un cortocircuito tra realtà e finzione, che si scambiano continuamente i ruoli.

Tematiche che ricordano molto Il Seme della Follia di John Carpenter ,che non a caso firma l'introduzione al volume.

Se già la sceneggiatura è eccezionale (in origine proposta per il cinema) a renderla visivamente in modo sublime sono i disegni di Enrique Breccia, che alterna un tratto ruvido per le scene nel mondo “reale” con uno più rarefatto e morbido per quelle nel mondo d'incubo.Raramente ho visto illustrazioni tanto eleganti quanto disturbanti.

Lovecraft è una lettura irrinunciabile per ogni appassionato dei Miti di Cthulhu che si rispetti e per ogni amante del buon fumetto.Un'opera sorprendente e che merita ben più di una lettura.

Da tenere sul comodino, accanto al Necronomicon e al Libro di Eibon.